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sabato 8 gennaio 2011

io e Chinasky

io e Chinasky avanzavamo mentre il caldo cocente seccava l'asfalto,
poche parole, sorrisi appena accennati ed occhi pigri dietro lenti offuscate.
Potevamo sentire gli odori attorno moltiplicati per milioni di volte,
il sole sembrava voler rosolare la terra; l'essenza del mondo passava tra le narici.
Gocce di sudore partivano dalle ascelle, scivolando sui fianchi solleticandomi,
per poi essere assorbite da tessuti appiccicosi.
Sensazioni di abbandono e benessere attraversavano il corpo,
lasciarsi cadere era l'idea che sfiorava la mente.
Chinasky indossava vestiti sporchi, la non curanza accompagnava i suoi passi,
il proseguire verso un orizzonte pallido rendeva più lento il cammino.
E pensai: puoi decidere di vivere godendoti il sole che ti bacia,
o puoi decidere di morire lasciandoti cuocere lentamente.
Ma in quel momento infinito non avrei deciso nulla,
consapevole che raggiunta la sorgente non avremmo esitato a bagnarci le labbra.
Guardai solo per un momento Chinasky, capii che anche lui era della stessa idea.

giovedì 23 settembre 2010

non lo seppe mai...

si girò indietro, e smise di camminare. C'era tutta la vita passata, c'erano sogni, c'erano pianti e sorrisi. Guardò avanti e non vide nulla, una fitta nebbia invase il suo andare. Non poteva fermarsi, gli veniva impedito, le gambe erano come atrofizzate cedevano ad ogni passo. La confusione invase i suoi pensieri, la perdizione aggredì il suo senso dell'orientamento. Mille domande e nessuna risposta, un silenzio assordante accompagnava la veglia. Che fare? Tutti avevano risposte alle sue domande, ma lui non lo seppe mai...

domenica 19 settembre 2010

le attese

era difficile staccarsi, ma mordendosi la lingua riuscì ad andar via con un sorriso. Cadeva la pioggia con violenza, pensò che dio volesse lavare i suoi peccati e redimerlo da tutti gli errori commessi, e in quella notte tutto sarebbe potuto accadere. I fulmini cadevano illuminando il suo viso in quel naufragio, e una tempesta ancor più violenta si scatenava nel suo cuore. E guardando fuori fu come entrare dentro se stesso, in balia del vento e della pioggia che sembravano voler fermare la vita. Si trovò sulla strada, con pensieri lucidamente offuscati da sentimenti troppo densi per poterli sciogliere. Camminò a lungo, ma sapeva che il suo cammino non sarebbe finito. Guardò le sue scarpe, erano vecchie ma ancora forti. Non guardò il suo viso, non voleva scorgere segni di stanchezza.  Anche se sfinito dalla pioggia incessante, voleva correre a riprendere quello che aveva smarrito. La notte andava, e a tarda ora lentamente imboccò la via di casa. E nella strada del ritorno una strana figura incrociò la mente, un essere indefinito e silenzioso da far paura, così misterioso da non lasciar trasparire nulla di ciò che sarebbe stato. Un ticchettio che accompagnava costantemente la vita, gli anni, i secoli, la storia. Camminò a lungo, poi si fermò e capì che era giusto sedersi. Sedersi ad aspettare.

giovedì 16 settembre 2010

la ragazza dagli occhi chiari

gli disse: "entra". Si fece avanti con passo timido, spaventato dall'altro io sempre immaginato e mai conosciuto. Lei sussurrò piano qualcosa di incomprensibile, era quella la notte in cui avrebbero imbracciato le armi. Il cuore in gola mentre ascoltava parole arcaiche, a lui sconosciute. Si sentì esplodere, la paura diventava incoscienza alla vista di quella ninfa uscita dall'immaginazione. Gli occhi chiari e i capelli scuri come la notte, sfilava lenta come un felino con le unghie per artigli a graffiare la notte. Un infinito momento di paura gli gelò il cuore di fronte a quella dea. Poi fece un respiro profondo, imbracciò la sua arma e  proseguì sicuro. Non avrebbe conosciuto più dubbi. La fine era lì, pochi metri più avanti. Lei aprì le braccia, abbassò lo sguardo e lo accolse tra gli inferi.

lunedì 13 settembre 2010

l'aguzzino, la donna e la rosa

il vialone scuro portava a quel chiosco mal frequentato, arrivammo e ci mettemmo a sedere. La strada era gremita di buio e prostitute, macchine guardinghe procedevano lentamente a contrattare la mercanzia. Il posto era vuoto, solo un uomo sui 30 anni a bere birra e ricevere telefonate. Aspettava qualcuno, ma non mi incuriosì quella presenza. In fondo poteva essere un criminale comune come tanti altri frequentatori della zona. Ci limitammo a bere senza curarci di ciò che attorno si respirava. L'ambiente era sempre il solito, poca gente di passaggio; ad asportare cibo e bevande da consumare altrove. Il vecchio ci raccontava storie inventate di un'infanzia malavitosa e noi ad ascoltarlo con bugiardo interesse, ma quei racconti accompagnavano bene le serate vuote. Venni attratto da un bagliore rosso che incrociò il mio sguardo basso. Alzai la vista, e una donna teneva in mano una rosa. Era la donna dell'uomo al tavolo in attesa, così mi disse il vecchio definendola fidanzata; gli si mise a sedere accanto e l'uomo chiamò un taxi. Rimasi stupidamente a pensare che qualcuno l'aveva amata donandole un fiore, ma lei era tornata tra le spine del suo aguzzino col quale sarebbe tornata a casa. Immaginai la solitudine del cliente che donava rose, il piacere provato della donna nel ricevere un fiore, e il cinismo dell'aguzzino che viveva della prostituzione della compagna. Non so quale dei tre personaggi suscitò in me più emozioni. Ma immaginai la mia vita...e mi sentii un pò la donna venduta, un pò il cliente dai gesti gentili, e un pò l'aguzzino di me stesso. Durò poco, tornai a sentirmi spettatore del vecchio e mi sentivo proprio bene. Dopo qualche minuto sparirono nel buio. L'aguzzino, la donna e la rosa...   

sabato 11 settembre 2010

quando rubammo una macchina

quando rubammo una macchina si trattava di una fiat 127, era un pomeriggio estivo e il ritrovo era al solito bar. La proprietaria del locale aveva una boccia di gomme da masticare colorate che costavano 100 lire l'una, una manna per le nostre finanze, smettemmo di mangiarle quando, ormai cresciuti, ci accorgemmo che dentro la boccia c'era uno strano oggetto metallico, erano le chiavi del bar, tenute tra quelle "ggingomme" senza incarto. Il gusto di ogni gomma masticata negli anni cambiò all'improvviso, non le avremmo assaporate mai più. Il tanfo metallico delle chiavi resettò dal nostro cervello quello che per mezza infanzia avevamo assaporato, ignari del castigo che ci veniva inflitto. E in quel pomeriggio caldo il paese era misero anche di presenze. Nessuno ci portava al mare, e chi come noi non era al mare era in montagna al fresco a pochi minuti dal paese. Qualcuno sbronzo amava abbandonarsi pesantemente sul muretto di fronte al canale dell'acqua, e ogni tanto andarci a bere. Avevamo solo una cosa da fare, rubare quella macchina che apparteneva a suo padre e di cui lui poteva sottrarre le chiavi. Era una maledizione, come una donna alla quale non hai mai pensato perchè irraggiungibile. Ma lui ci pensò e ci convinse che potevamo possederla, anche se per poco. Prese le chiavi e, mentre dio ci puniva,  salimmo. Andai dietro per passare inosservato, e loro due davanti. Guidava senza patente, a 16 anni, e il cuore ci batteva forte come in attesa che qualcuno lo stoppasse per farlo salire in gola e chiuderci in casa fino alla riapertura della scuola. Dopo qualche curva eravamo ormai noi i padroni, arrivammo al canale e tutti ci riconobbero. Non ci fermammo a bere, avevamo troppo timore, ma quando tornammo a destinazione, ormai certi che non eravamo passati in sordina, un senso di  vittoria ci avvolse. Eravamo riusciti anche noi a dare un senso a quel giorno scolorito, adesso che non potevamo contare più sulle "ggingomme" dovevamo inventarci qualcosa per ritrovare piacere. Bè, dopo più di 15 anni, non so che fine abbia fatto la 127, so che però a volte ci penso, e vi porto nel cuore. E penso a tutte le volte in cui vi avrei voluto accanto, per trovare il coraggio di sfidare la strada.